PESCARA JAZZ 2019
La presentazione di Enrico Bettinello
 
La ricetta del “vero” Festival Jazz è un po’ come le ricette dei dolci popolari più amati: ognuno in fondo ha la sua, quella della nonna, l’ingrediente speciale, il “ma non ci va il liquore!” e così via, ma in fondo si sa che l’unico vero segreto per la riuscita di una manifestazione è la capacità di portare a una comunità di ascoltatori una pluralità di sguardi.

In questa prospettiva il Festival di Pescara, che festeggia i suoi “primi” 50 anni, è un esempio perfetto di ricetta che riesce a innovare senza tradire i sapori della tradizione.
Immaginate per un attimo di tornare indietro a quel luglio 1969, forse uno dei momenti della storia in cui più intenso si è percepito il senso dell’esplorazione, della voglia dell’uomo di conoscere oltre i propri confini. I primi passi sulla Luna, certo, ma anche i primi passi di un Festival che si apriva con il trio di Bill Evans. Il primo di una serie di “giganti” che su quel palcoscenico avrebbero illuminato le sere della manifestazione, da Miles Davis a Ella Fitzgerald.

In questi 50 anni Pescara ha saputo leggere e riproporre con grande intelligenza quanto avveniva – e continua a avvenire – nel mondo del jazz. Un ruolo che richiede uno sguardo aperto non solo sulle continue evoluzioni dei linguaggi che entrano, a volte un po’ sgomitando, sotto l’ombrello capiente della definizione, ma anche sulle esigenze di una comunità che si aspetta sempre un maggiore coinvolgimento.

Credo che l’equilibrio che questa 50ma edizione del Festival offre sia un esempio perfetto di questa sintesi: in programma grandi maestri riconosciuti, ma anche i talenti della nuova scena italiana (che proprio in questi anni sta concretizzando il meritato riconoscimento del proprio valore); la capacità di sostenere la creatività Under35, con il progetto Pescara jazz Messengers destinato alle eccellenze dei conservatori italiani, europei e americani, nonchè il focus sulle forme della canzone, che danno alla ormai diffusa apertura dei festival jazz al pop d’autore una convincente cornice contestuale. Ma anche la felice intuizione del Pescara Jazz Club, che ricrea la vivacità del club – e delle storiche jam session notturne che hanno infiammato storicamente il festival – in uno scenario all’aperto, più consono alle esigenze della stagione e della fruizione da parte di nuove generazioni di ascoltatori.

Scorrendo il programma (corposo e continuo, dall’8 al 22 luglio), saltano agli occhi nomi celebrati e prestigiosi come quelli del chitarrista Robben Ford, del quartetto James Farm con il sax di Joshua Redman, di Dee Dee Bridgewater e del funambolico Jacob Collier, del bassista Richard Bona come dell’accoppiata “flamenca” che vede, nella stessa sera, il pianista Chano Dominguez e il virtuoso della chitarra Antonio Sanchez.

L’attitudine a indagare e incrociare lessici la ritroviamo anche nella produzione originale del Festival, che mette insieme il trio di Enrico Pieranunzi con l’Orchestra Sinfonica Abruzzese, diretta da Michele Corcella.

Dicevamo della scena italiana: oltre a Pieranunzi viene dato giustamente spazio a giovani emergenti come, tra i tanti, Camilla Battaglia o Michele Tino, ma anche al bel progetto su Luigi Tenco di Ada Montellanico, che collega con naturalezza la riflessione sulla canzone alla presentazione di giovani talenti, quali i vari Zanisi, Ferrazza e Morello che accompagnano la cantante romana.

La sezione “Jazz&Songs” vedrà sul palco nomi molto amati come Fiorella Mannoia o i Marlene Kuntz, la vivacità di Karima e la raffinatezza di Bungaro, a conferma di un’ampia attitudine del Festival a eliminare steccati in nome di una vasta e condivisa fruibilità del momento artistico.

Credo che il direttore artistico Angelo Valori, che in sé porta non solo la sapienza di mondi sonori differenti, ma anche una insostituibile capacità di attenzione per le nuove generazioni, sia riuscito a dare una fisionomia precisa e sfaccettata al Festival senza tradirne le storiche prerogative di “custodia del fuoco” (per citare Mahler).

E se, dando un’occhiata ai tanti festival che accendono l’estate, ci si rende facilmente conto che sotto questo “format” convivono in tutta Europa esigenze commerciali e istanze innovative, atti di coraggio più o meno espliciti e convenienti cautele, non c’è dubbio che Pescara continui a giocare un ruolo di dichiarata e umanissima “sostenibilità” della condivisione dell’universo jazz, un mondo dove l’atto stesso del fare jazz diventa elemento di identità di una comunità.

Non è una cosa scontata. Che accada in uno dei festival più longevi del panorama italiano è un piccolo, grande orgoglio.
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